spoteciak

nello spot che stai guardando io ci vedo la scena di un film

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Diamoci del tu

Nasco quando c’era Carosello in B/N che mi ha fatto amare la pubblicità e le storie per raccontarla. Possibilmente brevi. Ecco perchè ancora oggi scrivo racconti e quando mi è data l’opportunità, faccio il copywriter.

Sono anche un appassionato di cinema a cui spesso gli spot si ispirano.

L’ultimo Giubileo

 

Qualcuno in sala regia si ricordava le sgranate immagini di repertorio del giubileo del 2000, ma questo evento li batteva tutti.

Collegamenti in mondovisione con tutti, urbi et orbi, ma anche con le colonie stellari che da decenni vivevano su pianeti perduti e lontani dalla terra parecchi anni luce.

Un evento che avrebbe cambiato le sorti del mondo. Cento miliardi di persone attendevano la risposta. Io avevo il privilegio di viverla in diretta per raccontarla.

Il Sommo Pontefice, il primo di colore, entrò nella sala santa dove la macchina lo aspettava.

Era il computer più potente mai costruito al mondo; tutte le nazioni avevano dato il loro contributo, ci avevano lavorato migliaia di scienziati dopo decenni di esperimenti.

Aveva richiesto oltre venti anni per la costruzione ed un budget con cui si sarebbe sfamato il 75% della popolazione del pianeta per circa 99 anni.

Tutto lo scibile umano era stato pazientemente immagazzinato nella memoria del computer maximo che con i suoi circuiti occupava un’area che avrebbe contenuto un intero stadio, tribune e curve comprese.

L’anziano Pontefice, con passo incerto entrò nella sala bianca asettica.

Cento miliardi di respiri, compreso il mio, furono trattenuti. Il Papa stava per porre la domanda delle domande che da millenni tormenta l’uomo.

La voce gli tremava, nonostante la fede.

Esiste Dio ?”

I detrattori del progetto che paventavano un black out del computer alla domanda con annessa esplosione nucleare caddero in ginocchio folgorati dal ronzio con fiaccolata di luci e suoni che seguì ; prova che il cervellone aveva recepito il quesito, non lo aveva ignorato e stava elaborando una risposta.

Simultaneamente partirono tutte le agenzie stampa, pc, e-mail, telefoni, radio, collegamenti via satellite in ogni parte del mondo per annunciare che fra poco sarebbe andata in onda la nuova versione del verbo.

In meno di 5 minuti in cervellone partorì. Sputò un foglietto.

Il papa nero, sorpreso da tanta celerità, lo prese tra le mani sudate. Lo aprì. Tutti i monitor del mondo zoomarono sulla sua espressione.

Spalancò gli occhi, il viso gli si contrasse in una smorfia, si portò una mano al petto e si accasciò al suolo come un povero mortale.

Immediatamente la gigantesca sala santa si riempì di persone. Nella confusione generale ebbi la fortuna di pestare il foglio. Lo raccolsi e letta la breve risposta del computer scoppiai in una fragorosa risata.

Sul foglietto con una calligrafia infantile c’era scritto: “Adesso si.”

 

 

 

 

 

 

 

Un amore accecante

 

 

Arriva l’onda!“ gridò quando capì che il mare avrebbe inondato quel giovane corpo abbronzato e lucido di oli solari, sdraiato troppo vicino al bagnasciuga ed ignaro sotto ad un cappello di paglia nero stile anni 50’.

Lui immolò le sue scarpe da tennis per salvare asciugamano, zainetto, sandali e libro in lingua straniera. Il corpo apparteneva ad una atletica ragazza che gli sorrise strizzando gli occhi per il sole accecante. Lui chinandosi su di lei eclissò con la sua nuca il bagliore di mezzogiorno e le sorrise con gli occhi.

Spesso gli avevano detto che aveva gli occhi “che parlavano “.

Lui aveva il doppio della sua età o lei la metà di quella di lui, fate voi. Lui 44, lei 22.

Si presentarono, rimasero a parlare. Il sole accecante si tramutò in stelle e loro erano ancora lì.

Fu un estate meravigliosa che proseguì in autunno quando decisero di dividere lo stesso tetto.

Quando andavano in giro per il lungomare la gente si domandava se erano padre e figlia e loro ridevano complici. Lui faceva l’amore con passione mista a rabbia; se la sarebbe mangiata se avesse potuto. La sua freschezza gli donava emozioni mai provate, era brillante, ironica e lui non capiva come poteva stare con uno della sua età. Allora lei gli metteva il broncio e scuotendo la testa gli ripeteva “Sei proprio una zucca, forse un giorno ti farò diventare melanzana.“ e gli si accoccolava vicino come una gatta.

A questo punto di solito lui l’abbracciava forte forte e non visto i suoi occhi parlanti lacrimavano.

Dopo l’inverno e la primavera tornò l’estate con un sole implacabile e un giorno lei era a prendere il sole intenta a leggere quando sentì gridare“ Arriva l’onda!”.

La voce apparteneva ad un ragazzo in bermuda, codino, tatuaggio tribale e orecchino che immolò i suoi anfibi per salvarle l’asciugamano.

Avevano la stessa età, stessi gusti musicali, leggevano gli stessi autori stranieri, fumavano le stesse sigarette. Combaciarono subito: come le ultime due tessere di un puzzle. Lei cominciò a frequentarlo, l’altro, non le interessava più.

Era tornata in sintonia con la volubilità della sua età. Il quarantacinquenne innamorato soffrì oltre ogni previsione. La chiamava in continuazione finché alla fine fu costretta a cambiare numero; le sue lettere tornavano indietro, non riusciva più a dormire, nè a mangiare, nè a lavorare. Precipitò nella depressione più nera. Trascorsero i mesi e gli arrivò prima voce, poi conferma che lei stava sempre con il coetaneo nonostante questi la picchiasse e la tradisse senza nasconderlo.

Tornò l’estate col sole accecante. Ed un sabato verso mezzogiorno lui la rivide, distesa come la prima volta. Si chinò su di lei oscurando il bagliore accecante della luce, come al primo incontro.

Lei riconobbe quegli occhi “che parlano“ e si sentì come svenire.

E fu allora che gli occhi di lui si riempirono di lacrime mentre disse:“ Bisturi.”

 

 

 

 

La morte bussa

 

Bevvi il caffè ancora fumante in tazza ustionandomi la gola perchè l’idea di scrivere un racconto devi coglierla al volo. Poi passa e non ti ricordi più nulla. Accesi il pc, mi infilai un mezzo toscano in bocca (qualcuno dice che appaga la mia fase orale), scivolai nelle pantofole e affrontai lo schermo bianco. “A noi due”, pensai, come in una sfida all’OK Corral, con le dita da pianista che sfiorano il calcio delle Colt mentre note da carillon alla Sergio Leone conferiscono pathos alla scena. Sullo sfondo c’era lui, il villain, il cattivo di 1.000 film da sconfiggere con un racconto dritto al cuore.

Il blocco dello scrittore.

Ero caldo e concentrato, come un bounty killer o, se preferite, lo straniero senza nome che sconfigge i cattivi che vessano i contadini e poi sparisce all’orizzonte o lo sceriffo che dopo aver cercato invano aiuto in città senza trovarlo deve dimostrare da solo il suo valore (anche se Gary Cooper era più alto e bello di me).

Mentre il l’indice stava per pestare la prima lettera della tastiera suonarono alla porta.

Chi può essere a quest’ora?” Era il primissimo pomeriggio, l’ora della siesta, della lettura dei giornali, della telefonata al parente che non senti da un vita. Andai ad aprire spazientito: rompeva l’atmosfera. Dallo spioncino non si vedeva molto. Una figura scura, forse il portiere con una raccomandata? Vista l’ora, senza pensarci, aprii.

Siiii?”feci mentre il mio sguardo con una parabola dal basso andò in alto. La figura, alta circa due metri, intabarrata in un mantello nero, entrò senza far rumore, scivolando come la governante di “Rebecca la prima moglie” di Hitchcock. Non aveva la falce come spesso la raffigurano nell’iconografia popolare. Avrei sentito il rumore metallico. Si sedette sulla poltrona davanti alla mia scrivania. Chiusi la porta e mi risedetti anche io. La guardavo da sopra il pc. “Dobbiamo andare, è ora.” disse senza presentarsi. Tanto sapeva che sapevo chi fosse. Mi vennero in mente in sequenza: “Il settimo sigillo” ma non avevo una scacchiera sotto mano, “Vi presento Joe Black” ma evitai battute su Angelina Jolie e “Amore e guerra” di Woody Allen ma quanto a letteratura russa e a battute ero a zero.

Un biscotto alla cannella?” proposi “Sono gustosi.” Fece cenno di si con la testa anche se vedevo muoversi solo il cappuccio nero. Tornai dalla cucina con un piatto di biscotti svedesi e un bicchiere di latte. Cominciò a sgranocchiarli in silenzio. “Le briciole nel piatto per favore, la donna delle pulizie è venuta stamattina.” azzardai. “Cosa stai scrivendo?” domandò con voce lugubre.”Un racconto. Avevo appena cominciato quando sei arrivata.””Di che parla?”incalzò. “Veramente avevo le idee ancora confuse e speravo….” “Guarda che non hai più tempo.” “Ma dai, così non si fa. Senza avvisare. Arrivi così, inaspettata, mettiti nei miei panni”, abbozzai “Che dovrei fare?” “Raccontami per sommi capi la trama” fece lei sorseggiando il latte.”E’ la storia di uno che ha il blocco dello scrittore, poi gli viene un’ispirazione, si mette a scrivere e viene interrotto”. “La nostra storia, insomma.””Se vuoi metterla così, si.” “Guarda che la mia visita è un bene per te.” “Ah gia? E perchè?”

Rappresento un espediente narrativo ultraterreno, un deus ex machina, un colpo di scena che il lettore non si aspetta. Usami. Però poi voglio i diritti d’autore se ci faranno un film.”

Va bene.””Dobbiamo andare adesso.” “Fa freddo fuori? Prendo la giacca.”

Non ti servirà. Dove andiamo fa caldo.” Mi diressi sereno verso la porta d’ingresso, l’aprii e mentre stavo per varcare la soglia vidi le sue dita ossute pigiare lentamente sulla tastiera la parola F I N E.

 

Lasciateci smettere di giocare

Un’era geologica fa, sulle note di un motivo nazional-popolare, Toto Cotugno ci dipingeva come italiani da pizza e mandolino e già allora preferivi essere nato in Nuova Zelanda. Oggi La Sisal che poi è la maschera che indossa lo Stato biscazziere quando fa il croupier, ci invita a sognare una vita migliore giocando una schedina del Superenalotto 

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Se non giochi non vinci e non realizzi i tuoi desideri che siano possedere una vigna, assicurare un futuro ai figli, regalare milioni ai nipotini, mica caramelle, diventare il presidente della propria squadra di calcio, magari come l’Alberto Sordi del Borgorosso Football Club. “Gioca il giusto” recita una voce femminile al termine dello spot,giusto per ricordarti che stiamo sempre parlando di azzardo e che il Supernelatotto insieme al Poker online, al Lotto, Win for Life, Gratta e Vinci e compagnia bella, come il fumo e gli alcolici, possono creare dipendenza. Naturalmente lo Stato su tutte queste cose ci guadagna ma se con una mano prende con l’altra ipocritamente ti accarezza e ti raccomanda moderazione. Quante persone si rovinano al gioco? Quante sono cadute in depressione?

Vincere non dà soddisfazione se ti rendi conto in cosa ti sei trasformato. George Segal nel finale di “California poker” di Robert Altman alla fine vince ma vine colto da un attacco di spleen, di profonda tristezza che forse i 40.000$ non basteranno a scacciare.

E mentre il suo compare Elliot Gould, caricato a mille ormai è perso dietro alla dea bendata, molla tutto e se ne va, consapevole di aver perso più di quanto abbia finalmente vinto. Ne valeva la pena? “Gioca il giusto” forse dovremmo leggerlo in un altro modo: “Il giusto sceglie di non giocare”:

 

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